sabato 22 luglio 2017

Benito SARTI

Anima semplice e grande terzino – scrive Angelo Caroli, su “Hurrà Juventus” dell'agosto 2000 – lo chiamavamo Boccolo D’oro per via dell’uso maniacale che faceva del fon per increspare la testa bionda di riccioli. Andiamo indietro negli anni, a cavallo dei Cinquanta e Sessanta. Benito è un difensore naturale, cresciuto a Padova dove, adolescente, scopre l’arte italiana di piegare la schiena sotto il peso di una cinghia di canapa per trainare un carretto pieno zeppo di frutta e ortaggi. Suo padre fa l’ortolano. Ogni giorno il bocia spinge quel trabiccolo per quaranta chilometri e alla fine della giornata si riposa all’ombra del monumento del Gattamelata, nella Piazza del Santo. E intanto gioca al pallone. In quel periodo di sacrifici e passione rifinisce il senso del dovere. E il suo angelo custode è il perfezionismo. I tifosi ricordano quando prima di entrare in campo il giovane Benito si inginocchiava per controllare se le scarpe fossero ben allacciate. Era molto di più che un semplice rituale scaramantico.

venerdì 21 luglio 2017

Helmut HALLER


Nato ad Augsburg, in Germania, nel 1939, dopo una lunga e onorata carriera nel Bologna, oramai grassottello e appagato, si trasferisce alla Juventus nel 1968, convinto di poter terminare la sua carriera in pace e tranquillità. A Torino, trova il Ginnasiarca Heriberto Herrera, che lo torchia come un’oliva e lo restituisce alla più invidiabile delle condizioni fisiche. Comincia, così, una nuova vita da attaccante di fascia al servizio di una squadra giovanissima che trascina, con la sua classe e l’innegabile mestiere, alla conquista di grandi successi; addirittura, ritorna in Nazionale per i Mondiali del Messico del 1970, dopo essere stato protagonista assoluto ai Mondiali inglesi del 1966, portando la Germania in finale. Lo scudetto del 1971-72, conquistato senza Bettega, lo vede grande protagonista, offrendo scampoli di grande classe: suo il goal che, all’indomani del derby perso, sconfigge il Varese e rida speranza all’ambiente juventino. Sua, ancora, la rete che sblocca il risultato nel giorno più bello, quello che permette di festeggiare lo scudetto, contro il Vicenza.

giovedì 20 luglio 2017

Marco MARCHIONNI


Cresciuto a Cretone, in provincia di Roma, inizia già da piccolo a praticare calcetto: «Ci torno appena ho un po’ di tempo libero, a trovare la famiglia e gli amici più cari. Mi piace l’atmosfera di pace che si respira lì. È una frazione piccola ma accogliente: hai la tranquillità della campagna, con Roma a portata di mano. È lì che ho conosciuto mia moglie Claudia. Siamo stati fidanzati sette anni, prima di sposarci». A quindici anni entra a far parte della prima squadra del Monterotondo, società che milita nel campionato Dilettanti. Si distingue subito per la sua velocità e per la sua tecnica che, in pochissimo tempo, gli permettono di conquistarsi una maglia da titolare e di realizzare ben quattro reti in ventinove presenze.

mercoledì 19 luglio 2017

Jonathan ZEBINA


«Sono nato a Parigi da padre caraibico e madre francese. I miei fratelli ed io siamo nati nel XIV Arrondissment poi, anche per motivi economici, ci siamo trasferiti nella Banlieue. Il pallone è stato la mia prima passione, fin da quando ero piccolissimo. Ho anche giocato a tennis, imparato judo e, nel frattempo, studiavo solfeggio per suonare il sax, ma ho dovuto lasciare, perché l’allenatore mi ha detto che toglievo troppo tempo al calcio. Non aver continuato con la musica è un mio grande rimpianto. Comincio nella Banlieue con una squadra giovanile nazionale, poi sono andato per quattro anni a Cannes, alla scuola calcio che ha formato gente come Zidane, Vieira, Micoud».

martedì 18 luglio 2017

Piero GILLI

Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, Piero Gilli, appena diciassettenne, essendo nato a Torino nel 1897, giocava nella prima squadra del Piemonte, tecnica compagine che ospitava allora nomi illustri, come quelli di Valobra, Boggio (passati poi al Torino) e Faroppa. Due anni dopo, Gilli diventò il centromediano della U.S. Torinese, un’altra formazione di grande prestigio della quale facevano parte il portiere Giacone, i fratelli Boglietti e l’indimenticabile Pio Ferraris. Dopo la guerra giocò anche nelle file del Pastore, con Aliberti, Chiabotto e Gariglio e poi fece una brevissima apparizione nella Biellese. All’inizio della stagione 1920-21 approda, finalmente, alla Juventus. Purtroppo la sua carriera venne prematuramente stroncata sul campo dell’Alessandria da un grave incidente e fu un vero peccato, perché alle inesauribili risorse fisiche, Gilli accoppiava indiscutibili qualità tecniche. Gilli, però, non doveva più abbandonare la famiglia juventina: venne, infatti, chiamato da Sandro Zambelli ad assumere il ruolo di allenatore delle squadre minori bianconere e, proprio in questo delicato settore, egli si rese estremamente utile alla società.

lunedì 17 luglio 2017

Umberto MALVANO

«Nato a Moncalieri il 17 luglio 1884 – ricorda Renato Tavella – figlio di Alessandro, assessore della città di Torino, spicca trai ginnasiali del D’Azeglio come uno dei promotori più accalorati all’idea Juventus. Nel gioco si distingue come abile avanti e milita da titolare fino al 1904. Partito per il servizio militare, non partecipa alla vittoria del primo campionato. Invitato in quel periodo a giocare nel Milan, con i rossoneri vince il titolo 1906. Tornato a casa, ritorna a vestire la maglia bianconera fino allo scoppio della Grande Guerra. Negli anni Venti viene nominato tra i vicepresidenti della Federazione Gioco Calcio».

VLADIMIRO CAMINITI, DA “JUVENTUS 70”
Il passato acquista, a distanza di sessant’anni, una dimensione fiabesca. Bino Hess celebra la democrazia della prima Juventus come simbolo del suo spirito sociale. Invece Umberto Malvano si fa mescere dalla consorte i liquori preferiti e si abbandona all’empito lirico. Chi è Malvano? Oggi è un ometto tondo e liscio. Ha occhietti azzurri e tersi. Vive in uno spazio estraneo alle lotte quotidiane, all’evolversi del mondo. Una scossa di terremoto che squarciasse il pavimento del quarto piano della sua casa di Piazza Sant’Agostino a Milano lo vedrebbe precipitare nell’abisso col sorriso sulle labbra. Malvano è un vecchietto diabolico. Perfettamente superfluo tutto nella sua vita, non la moglie anch’essa juventina con tanto di tessera degli anni d’oro. Superflui studi e letture, passeggiate e viaggi. La Juventus non è stata superflua ma sostanziale. Con la Juventus il Milan, ma non ammette che si avanzi il sospetto. E invece il Milan partecipa al suo empito lirico. Il suo empito lirico è musicale.

domenica 16 luglio 2017

Carlo GALLINA

«Carlo Gallina, detto Pipì, è monopede, non calcia con la sinistra il che non gli impedisce di sparare certe cannonate che non auguriamo a nessun portiere amico». Così, il sommo Vladimiro Caminiti, descrive questo pioniere che, col piede sinistro, riesce a malapena a fare le scale di casa. Ogni grazia gli si era concretata nel poderoso arto di destra. Di origine novarese, disputa in bianconero solamente qualche gara nella stagione 1913-14.

Christian ABBIATI

Ha la miglior media di goal subiti tra tutti i portieri – scrive Mario Bruno su “Hurrà Juventus” del marzo 2006 – di Serie A (nello specifico, sette reti incassate nell’arco di sedici partite, media 0,437). Christian Abbiati, il portiere che il Milan ha prestato con gesto “caspita, complimenti” alla Juventus a causa del maxi guaio nato dallo scontro tra Kaká e Buffon, storia del Trofeo Berlusconi di fine agosto 2005. Super Gigi se ne uscì con la spalla lussata, da operare ad ogni costo, con una prognosi per il recupero di un centinaio di giorni e con tutte le pacchetto-complicazioni del caso (perché un portiere lo si ritrova non soltanto quando è OK dal punto di vista fisico ma anche e soprattutto quando sente di nuovo dentro di sé il ruggito del leone. E ci vuole tempo per ridare al felino tutta la sua famelica attitudine) e alla Juve giunse così quest’omone dal viso proprio buono, 191 centimetri compatti e compassati, che aveva, se vogliamo, le stesse problematiche che ha dovuto metabolizzare Super Gigi al momento del suo ritorno da leader: ritrovare cioè la certezza del ruolo (visto che al Milan era il numero due da quasi tre anni) e non solo la sicurezza, sostenuta dal ruggito del leone al quale facevamo riferimento prima.

sabato 15 luglio 2017

Marco DI VAIO


Attaccante molto veloce, ficcante e dotato di un tiro molto potente e preciso, viene acquistato dalla Juventus, nell’ultimo giorno del calciomercato edizione 2002. Proviene dal Parma, proprio pochi giorni dopo aver giocato e segnato contro la Vecchia Signora nella finale della Supercoppa Italiana: «Eravamo a Tripoli. Nel primo tempo meglio loro e 1-0 di Del Piero, poi siamo usciti noi ed io ho fatto un gran secondo tempo, ma ancora Del Piero ha fatto 2-1. Si diceva che dovessi andare all’Inter, dopo che Ronaldo era stato ceduto al Real, ero convinto, invece mi chiamò il mio agente Alessandro Moggi e mi disse che mi aveva preso la Juve». Nonostante la grande competizione del reparto offensivo bianconero, nella sua prima stagione Marco riesce a collezionare quaranta presenze e a realizzare undici goal, fra cui quello decisivo per la conquista dello scudetto a Perugia.

venerdì 14 luglio 2017

Giorgio MASTROPASQUA

Il calcio totale olandese degli anni Settanta ha creato molteplici proseliti. Ma non tutti sanno che la prima squadra ad adottare questa nuovo credo calcistico è la Ternana di Corrado Viciani, che crea il cosiddetto gioco corto. La novità particolare riguarda il ruolo di libero, che non deve soltanto fungere da difensore in seconda battuta (da qui l’appellativo usato fino ad allora: battitore libero), il calcio moderno chiede a lui molto di più. Deve sapersi sganciare per poter dare il proprio apporto illuminante alla manovra, in poche parole deve saper costruire il gioco; anziché limitarsi a distruggere. E Giorgio Mastropasqua (un ventenne cresciuto nel vivaio juventino e prestato alla compagine umbra) impara alla perfezione la lezione tattica, che pure lascia scettico più di un conoscitore del mondo calcistico italiano.

giovedì 13 luglio 2017

Giorgio STIVANELLO

Giorgio Stivanello – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del febbraio 2001 – è una delle pedine su cui il dottor Umberto Agnelli tenta di ricostruire la Juve ingrigita nell’epoca dei “Puppanti”. I giovani sono volenterosi e pieni di speranze, ma non sono smaliziati e non possono puntare in alto. Nell’estate del 1956 il dottore preleva dal Padova un’ala sinistra veloce e puntigliosa. Ha la pelle talmente scura che se indossa un caffettano lo si scambia per un tunisino che porta a spasso un branco di dromedari. Anche i capelli sono neri e perfino gli occhi, che fissano come setter smaniosi. Per me è il Gondoliere, è nato a Venezia nel 1932. Gli amici preferiscono chiamarlo Stiva. È un tipo gioviale, sorride spesso ed è dotato di una dialettica spigliata, simpatica. Le parole gli scivolano sulla lingua che sembra impanata con sapone. La Juve vive due stagioni non eclatanti (1955-1957), poiché Garzena, Colombo, Emoli, Stacchini, Leoncini, Mattrel e Vavassori devono crescere ancora un po’, mentre Nay, Oppezzo e Viola sono vicini alla pensione. Arriva il restauro. Reggono alla grande Boniperti e Corradi, germogliano i virgulti e i nuovi acquisti portano nomi celebri: Charles, Sivori e Nicolè. Il lavoro del dottor Umberto è eccellente.

mercoledì 12 luglio 2017

Christian VIERI


Figlio d’arte, nasce a Bologna ma cresce in Australia. Per qualche anno si limita a correre dietro ai canguri, poi papà Vieri riporta la famiglia in Italia e, nel 1989, Bobo inizia a correre con i ragazzi del Prato. Nel 1990 è notato dagli osservatori del Torino che, per cento milioni di lire, lo portano al Filadelfia. La prima stagione gioca con la Primavera; la seconda debutta in Serie A. Entra nel grande calcio il 15 dicembre 1991 in Torino-Fiorentina (2-0), disputa sei partite (un goal) e inizia il campionato 1992-93 con una presenza. In novembre è ceduto in prestito al Pisa e nel 1993 passa al Ravenna, sempre con la formula del prestito. Rientra al Torino nel 1994. I tecnici hanno molti dubbi; Vieri non convince: «È un attaccante grosso come un armadio ma con una tecnica individuale insufficiente», dicono. Presidente è Gian Marco Calleri che, dopo aver venduto la Lazio a Cagnotti, sta tentando un nuovo business, con il Torino. Calleri, che è ancor meno convinto dei tecnici, decide di vendere Vieri.

martedì 11 luglio 2017

Aredio GIMONA

Nato a Isola d’Istria il primo febbraio 1924, Aredio Gimona era un giocatore strano, ma di indubbio talento. Aveva un viso pallido, due occhi timorosi, un’espressione compunta e vereconda. In una squadra come il Livorno, dal temperamento così lontano dalla natura di abatino di Aredio, il nostro amico scrisse il primo capitolo del suo romanzo di avventure. L’allenatore Magnozzi scoprì nell’ala frivola ed evanescente la stoffa e le attitudini di mediano. E proprio come mediano (aveva ormai ventinove anni) esordì nella Juventus il 18 novembre 1953 a Bologna, dove i bianconeri vinsero per 1-0 con rete di Præst. Gimona rimase due anni alla Juventus e lasciò in tutti un ottimo ricordo, sia come calciatore che come uomo. Con la maglia della Nazionale italiana ha esordito l’11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputo tre partite, segnando altrettante reti (tutte realizzate nell’incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0).

Giuseppe HESS

Detto Pino, era nato a Torino, nel momento in cui la Juventus venne al mondo, da madre di Osterode am Harz (Renania settentrionale-Vestfalia), e da padre di Francoforte sul Meno, ambedue tedeschi trasferiti a Torino. Studiava e giocava a calcio ed era anche un ragazzo di provatissima fede juventina, tanto è vero che risulta sia stato uno dei più irriducibili nell’auspicare la defenestrazione di Alfredo Dick, l’uomo che voleva imporre, in seno al consiglio direttivo bianconero e alla stessa squadra, dirigenti e atleti di nazionalità elvetica. Proprio nell’anno della scissione (1906), il lungo Hess (era alto 193 centimetri) giocava in un ruolo atipico per la sua statura: non difensore ma ala sinistra. Solo un paio di anni più tardi prese stabilmente il ruolo di mediano sinistro. Sui vecchi libri si trovano un paio di formazioni della stagione 1909-10 nelle quali figura in forma stabile il nome di Hess. Ad esempio, quella del 14 novembre 1909, quando la Juventus batté a Torino i neroazzurri dell’Internazionale, con due reti del centrattacco Borel, il padre di Felice. I bianconeri giocarono quella gara con: Pennano; Goccione e Mastrella; Ferraris, Frey e Hess; Mazzonis, Balbiani, Borel, Barberis e Moschino.

lunedì 10 luglio 2017

Paolo DI CANIO

Estate del 1990, la Lazio deve monetizzare e vende Di Canio alla Juventus. Per Paolo (pur se a malincuore) è un’importante opportunità di fare carriera passando da una squadra che staziona a centro classifica a una che in teoria dovrebbe concorrere per il titolo ogni anno. È la squadra di Maifredi, quella del cosiddetto gioco champagne. «Mi sono detto che se la società bianconera continuava a seguirmi, credeva in me non solo dal punto di vista tecnico, capivano il Di Canio ragazzo più che giocatore, allora dovevo tentare. Che emozione il giorno in cui strinsi la mano dell’avvocato Agnelli! Ora so che rischio in prima persona, non sarà facile trovare un posto in una squadra di grandi campioni. Ma nell’ultimo campionato con la Lazio ho dimostrato di poter giocare non solo da tornante ma pure da seconda punta, mi sono divertito molto, segnando anche tre goal, uno proprio alla Juve. Abbandono la mia città, Roma, lascio una ragazza a Terni per vivere da solo a Torino. Mi sembra che la dica lunga sulle mie intenzioni. Vivo un momento bellissimo, vorrei giocare molto, so che naturalmente non dipenderà solo da me. Non mi sento un raccomandato di Maifredi, perché il tecnico continua a elogiarmi. Sono contento della sua stima così come di quella della società. Ho ritrovato fiducia e serenità, al punto che tornerò a Roma tranquillo. Contro i giallorossi no, non sarà derby, anzi finalmente potrò dormire la notte prima della partita e sperare di segnare un goal, un ultimo regalo alla curva biancoceleste. E contro la Lazio, beh, mi sembrerà strano non indossare quei colori, ma l’unica cosa che potrebbe farmi star male sono i fischi, non credo di essere un traditore».

domenica 9 luglio 2017

Gianluca VIALLI


Nasce a Cremona il 9 luglio 1964 e proprio nella squadra della sua città natale inizia la carriera, arrivando a disputare quattro campionati in prima squadra, contrassegnati da due promozioni: dalla C1 alla B nel 1980-81 e dalla B alla A nel 1983-84. La villa dei Vialli, a Cremona, tutti chiamano ancora Castello. Perché sono ricchi, i Vialli. Vecchia storia: «Quello è il figlio di un miliardario», dicevano. Allora, Gianluca si infastidiva e la madre Maria Teresa smentiva: «Borghesi, ecco che cosa siamo. Diciamo che stiamo bene, non ci lamentiamo di certo. Mio marito lavora ed ha cinque figli grandi: come potrebbe essere ricco? Gianluca ha un modo di fare elegante che non dipende dai soldi, ma dalla tradizione di una famiglia della quale fanno parte ingegneri, professionisti ed anche un rettore universitario».