domenica 23 aprile 2017

JUVENTUS - GENOA

2 dicembre 1923 – Campo di Corso Marsiglia
JUVENTUS–GENOA 2–1
Juventus: Combi; Gianfardoni e Bruna; Albera, Monticone e Barale; Grabbi, Munerati, Rosetta, Pastore e Audisio. Allenatore: Károly.
Genoa: De Prà; Bellini e De Vecchi; Barbieri, Burlando e Leale; Neri, Sardi, Catto, Santamaria e Bergamino. Allenatore: Garbutt.
Arbitro: Panzeri di Milano.
Marcatori: Grabbi al 15’, Rosetta al 55’, De Vecchi all’85’.

sabato 22 aprile 2017

Lelio COLANERI

Classe 1917, da San Vito Romano. Ala come si era ali nei primi anni Quaranta, veloce e guizzante a cercare di gabbare il terzino di giornata per poi crossare in mezzo alla buona ventura. Colaneri, in una Juve di transizione che non ha più gli estri romantici del quinquennio glorioso, ha però la fortuna di arrivare in un momento buono, l’anno della conquista della seconda Coppa Italia. Gioca un bel po’, ventitré partite e sei reti in tutto, prima di fare le valige e passare alla Salernitana.

Massimo CARRERA

Si mette in mostra con il Bari, tanto che nel 1991-92 è acquistato dalla Juventus. La squadra bianconera ripresenta Trapattoni in panchina, dopo il disastroso campionato del duo Montezemolo-Maifredi. «A un certo punto ho pensato che avrei concluso la carriera con la squadra barese. Sentivo parlare di possibili cessioni a grandi club, però alla fine non se ne faceva nulla. Credo che la Juventus abbia rappresentato davvero l’ultima chance, ma anche la migliore possibilità». Carrera è schierato come terzino destro, ruolo che ricopriva anche al Bari e offre sempre buone prestazioni, culminate anche con una convocazione nella Nazionale di Sacchi. «Forse ho dato il meglio di me come libero, nel ruolo che continuo a preferire. Però, Trapattoni, mi ha quasi sempre impiegato in marcatura e mi sembra di essermela cavata. Non ho problemi neppure come terzino di fascia, posizione che tra l’altro mi consente di realizzare qualche goal. E, se c’è bisogno, non mi trovo male neanche a centrocampo».

venerdì 21 aprile 2017

Jorge ANDRADE

Nasce a Lisbona, il 9 aprile 1978 e inizia la carriera nelle file dell’Estrela Amadora. Nella stagione 1999-2000 è notato dal Porto, che lo acquisisce nell’estate seguente. Giocando come centrale di difesa nei Dragoni matura le sue doti di forza, equilibrio, passo e distribuzione di palla, tanto da esordire con la nazionale nel novembre 2001. Dopo la sfortunata avventura al Mondiale del 2002, è acquistato dal Deportivo la Coruña e, durante la permanenza in Spagna, subisce il primo grave infortunio al ginocchio sinistro: il 5 marzo 2006 si procura la rottura del tendine rotuleo nella gara contro il Barcellona che lo tiene lontano dai campi per nove mesi. Nonostante questo, è corteggiato in varie occasioni da numerosi club, tra cui Chelsea, Liverpool, Manchester United, Barcellona e Valencia. Alla fine a spuntarla è la Juventus, che lo acquista a titolo definitivo nel luglio del 2007, pagandolo dieci milioni di euro.

giovedì 20 aprile 2017

Humberto ROSA


Il 1961 è per la Juventus anno chiave, determinante nel bene come nel male – racconta Gianni Giacone – è l’anno dello scudetto numero dodici, strappato in un finale entusiasmante all’Inter di Herrera; ma è anche l’anno che chiude un ciclo di successi e di un’era. Capitan Boniperti lascia la squadra nel momento del trionfo, alla maniera dei grandi del passato e una parte di Juventus finisce con lui. È la Juventus grandissima e invidiatissima degli anni Cinquanta, sempre protagonista e, spesso, scudettata ora grazie alle prodezze degli Hansen e di Præst, ora con i tunnel di Sivori e le capocciate di Charles, il gallese. Di queste due realtà bianconere Boniperti è ideale tratto di unione, oltre che denominatore comune; qualcuno si illude che la mancanza di Boniperti significhi qualcosa soltanto sul piano psicologico; ma i fatti, incontestabilmente, dicono il contrario.

mercoledì 19 aprile 2017

Igor TUDOR

Nasce a Spalato nel 1978 ed ha appena compiuto vent’anni quando, nell’autunno 1998, indossa per la prima volta con la maglia bianconera. «Provengo dalla scuola dell’Hajduk, dove la didattica specifica è importantissima; è un aspetto che in Croazia si cura molto, mentre qui in Italia si punta di più sulla forza e sulla tattica. I miei maestri sono stati Jalić, Katalinić e Jović; se tolgo i sei mesi per un’esperienza vissuta nel Trogir, squadra il cui valore equivale alla vostra C1, ho sempre militato nel club più blasonato di Spalato. Sono stato tesserato all’età di undici anni ed ho percorso tutte le tappe, dalla Primavera alla prima squadra; ho debuttato che avevo solo diciassette anni e sono arrivato alla Nazionale maggiore dopo aver indossato le maglie di tutte le rappresentative giovanili».

martedì 18 aprile 2017

Roberto ANZOLIN

«Avevo diciotto anni, stavo attraversando le cinquantadue Gallerie del Pasubio, quelle famose del 1915-18 sulle Piccole Dolomiti. Era buio. Presi una capocciata tremenda. Qualcuno mi toccò la mano: “Ti aiuto io”. Era una ragazza. L’ho sposata». Si chiama Gabriella e mezzo secolo dopo, in salotto, precisa sorridendo: «Ma non subito. L’ho sposato al suo secondo anno di Juventus, perché se fosse andato male, avrebbero dato la colpa a me. Infatti prese cinquanta goal, la Juventus finì quart’ultima. Peggio di così non poteva andare. Allora l’ho sposato». Il reduce dalla capocciata è Roberto Anzolin; nato a Valdagno (Vicenza) il 18 aprile 1938. Inizia la carriera nel Marzotto, due anni nel Palermo, i primi, quelli della consacrazione, poi una vita intera nella Juventus: tutta qui la storia sportiva di Roberto Anzolin, veneto di quelli buoni, poche parole ed un’infinità di fatti importanti.

lunedì 17 aprile 2017

AMÀRO

Acquistato nell’estate del 1962 dall’America di Rio, in Brasile, dove faceva il mediano di appoggio, alla Zito, per intendersi, ma senza avere la classe limpida di quest’ultimo. Nell’America il centrocampo era affidato a due uomini: Amàro di dietro e Juan Carlos davanti. Era una squadra, quella, veramente con i fiocchi. Una squadra che sovente giocava da pari a pari con il Santos. La chiamavano l’America del Miracolo. La coppia Amàro-Juan Carlos era veramente da Nazionale. Ma, singolarmente, i due giocatori valevano ben poco.

Karl-Erik PALMÉR

Esplode nel Legnano, piccola provinciale lombarda assurta agli onori della Serie A negli anni Cinquanta; forma con Eidefjäll-Augustsson e Filippini un buon trio di svedesi, certamente molto inferiore a quello consacrato del Milan, formato da Gren, Nordahl e Liedholm. Palmér è un discreto interno di fantasia, poco supportato dal fisico, ma con buone doti tecniche. Dopo essere sceso in Serie C con la compagine lilla, è acquistato dalla Juventus nell’estate del 1958. Ma il salto è troppo grande e la Juventus è tutta un’altra cosa. La squadra che ha appena conquistato lo scudetto della stella è chiamata all’impresa di fare il bis e deve pure cercare di fare bella figura in Europa, partecipando per la prima volta alla Coppa dei Campioni. Broćić, allenatore filosofo dei bianconeri, lo schiera titolare il 28 settembre 1958 nel comodo turno casalingo contro il Bari, e il ragazzo disputa una buona partita, meritandosi la riconferma. L’occasione arriva nel match di ritorno di Coppa dei Campioni sul campo del Wiener, il mitico Prater di Vienna. La Juventus, che all’andata ha vinto 3-1 con tre goal di Sivori, dà fiducia a Palmér. Una vera catastrofe, per lo svedese e soprattutto per la Juventus, bastonata dagli austriaci per 0-7 ed eliminata dalla coppa.

domenica 16 aprile 2017

Christian POULSEN

Il suo arrivo a Torino, nel luglio del 2008, è abbastanza tumultuoso. I tifosi bianconeri, infatti, sognavano lo spagnolo Xabi Alonso, più volte promesso dalla società ed è duramente contestato durante i primi giorni di ritiro a Pinzolo. Si porta appresso l’etichetta di “cattivo” per aver litigato con Gattuso e per lo sputo subito da Totti durante gli Europei di qualche anno prima. Ma Christian Poulsen non si scompone, sa di essere un buon giocatore, certo non sopraffino, con grandi doti di corsa, determinazione e grinta. D’altronde, l’esperienza non gli manca, essendo un titolare della Nazionale danese e avendo giocato nella Bundesliga e nella Liga.

Enrico CANFARI

Socio fondatore e secondo presidente – scrive Renato Tavella – nato a Genova il 16 aprile 1877. Da ritenersi l’indiscusso trascinatore dei primi passi juventini. Nella torinese officina di biciclette di Corso Re Umberto 42, che condivide col fratello Eugenio, si tiene la storica riunione da cui nasce la società. Eletto presidente nel secondo anno di vita societaria, si attiva per organizzare le prime partite e far confezionare le prime maglie, quelle leggendarie di colore rosa. Della primissima formazione che si confronta sui prati del Valentino coi pionieri del gioco si assegna il ruolo di avanti centrale ma, ben presto, si fa da parte preferendo l’arbitraggio. Laureatosi in chimica, la professione sovente lo conduce in Inghilterra da cui trasferisce e diffonde, primo in Italia, il riconosciuto Regolamento Arbitrale. Allo scoppio della Grande Guerra parte volontario col grado di capitano e pochi mesi dopo, il 22 ottobre 1915, muore sull’Isonzo.

sabato 15 aprile 2017

Elio RINERO

Due stagioni in bianconero per un totale di dodici presenze. Tutto qui il carnet di Elio Rinero, vero e proprio “jolly”, come si diceva una volta di un giocatore capace di disimpegnarsi in molteplici ruoli. Qualche spicciolo di gloria nella Juventus scudettata di Heriberto (contro il Mantova schierato con la maglia numero dieci al posto di Cinesinho) e sei presenze (con due apparizioni in Coppa delle Fiere contro i bulgari del Locomotiv Plovdiv) nella “Vecchia Signora” targata prima Carniglia e poi Rabitti. Nel mezzo due prestiti, poi il definitivo trasferimento a Genova sponda rossoblu.

“HURRÀ JUVENTUS” GIUGNO 1964
È nato nella famosa cinta protettiva di Torino, molto affollata negli ultimi tempi, Rinero Elio da Beinasco. Il giovane centromediano torinese è un po’ il perno della squadra Allievi, anche se in fatto di popolarità altri compagni di squadra e di età lo hanno sopravanzato, come Roveta, Puletti, Zandoli.

PESCARA - JUVENTUS

27 gennaio 1980 – Stadio Adriatico di Pescara
PESCARA-JUVENTUS 0-2
Pescara: Pinotti; Chinellato e Prestanti; Lombardo (dal 69’ Di Michele), Pellegrini e Ghedin; Cerilli, Repetto, Silva, Nobili e Cinquetti. In panchina: Pirri e Domenichini. Allenatore: Giagnoni.
Juventus: Zoff; Cuccureddu e Cabrini; Furino, Gentile e Scirea; Marocchino, Causio, Bettega, Tavola (dal 49’ Brio) e Virdis. In panchina: Bodini e Verza. Allenatore: Trapattoni.
Arbitro: Longhi di Roma.
Marcatori: Virdis 14’, Brio 89’.

venerdì 14 aprile 2017

LA JUVE DI HERIBERTO


Estate 1964: i continui risultati di medio livello ottenuti dalla Juventus dopo il ritiro di Boniperti, fanno sì che Gianni Agnelli riprenda, anche se non in veste ufficiale, le redini della società. La priorità è quella di identificare un allenatore capace di riportare ordine nello spogliatoio e dare un volto chiaro e deciso all’impostazione tecnica della squadra. La scelta cade su un paraguayano che allena in Spagna: ha un cognome che va di moda, Herrera, ma di nome fa Heriberto. È un sergente di ferro: fa del lavoro, della disciplina e del sacrificio il proprio credo assoluto. Porta un verbo nuovo nel calcio italiano: il “movimiento”, antenato del “calcio totale” olandese. Non vuole primedonne, solo operai disposti a sudare. Lo scontro con la stella Sivori è inevitabile.  L’avrà vinta Heriberto e il grande Omar emigrerà a Napoli. Ma il resto della squadra è con lui, nonostante i lunghi ritiri, le multe per chi rincasa dopo le ventidue, l’incubo della bilancia. In quegli anni di totale dominio milanese, riempie la bacheca juventina con uno scudetto e una Coppa Italia. Raggiungerà anche una finale in Coppa delle Fiere e una semifinale in Coppa dei Campioni, battuto dal Benfica del divino Eusébio. Si gettano i semi di quella che sarà una caratteristica determinante della Juve e non l’abbandonerà più: serietà, disciplina, impegno. Lo dimostrano in campo anche i risultati. Contro la Juve che applica per prima in Italia concetti nuovi, movimento totale e concezione diversa dei ruoli, per chiunque è sempre battaglia. Il gigante bianconero, in attesa di ritrovare l’antica grandezza, ha ripreso il gusto alla lotta e non farà più regali a nessuno.


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Carlo MATTREL

Nato a Torino il 14 aprile 1937. Cresciuto nella società bianconera, dietro alla rete di Viola, apprende, annota, disegna parate nelle pagine dell’immaginazione, sognando di poter indossare, un giorno, quella maglia così gloriosa. Riesce raggiungere l’organico della prima squadra appena ventenne (dopo un anno trascorso in prestito all’Anconitana) ed è subito titolare nella favolosa stagione 1957-58, conclusa con lo scudetto della stella. Portiere di calma olimpica, dall’innato senso del piazzamento, Mattrel è, inoltre, dotato di grande agilità. Secco come un grissino, aria sognante, apparentemente svagata, mille volute di biondo-oro gli aureolano quel faccino tondo e infantile. Sta tra i pali e acchiappa tutto, palloni alti, tesi, radenti e parabolici: un talento naturale.

giovedì 13 aprile 2017

Angelo CAROLI

Nasce a L’Aquila il 7 aprile 1937; è uno dei ragazzi che Puppo, l’allenatore che a metà dei Cinquanta cerca di traghettare la Juventus verso orizzonti più prestigiosi, lancia in prima squadra, per imparare dai Viola e dai Boniperti.
Di buona tecnica e abbastanza grintoso, Caroli gioca in attacco nelle formazioni giovanili, e il mister lo lancia in prima squadra schierandolo a Bologna con la maglia numero nove di centravanti di posizione, appena compiuto i diciotto anni. Caroli non patisce alcuna emozione, gioca bene e segna addirittura il goal dell’importante (e pure rara, di quei tempi) vittoria in trasferta.

mercoledì 12 aprile 2017

Robert KOVAČ

Nato a Berlino, il 6 aprile 1974, da genitori croati arrivati in Germania per cercare lavoro e fortuna, arriva a Torino nell’estate del 2005 a parametro zero. Nonostante la concorrenza di Thuram e Cannavaro, Kovač scende in campo per ventitré volte, realizzando anche una rete, nella vittoriosa partita contro il Lecce. Robert può, quindi, aggiungere al già ricco palmarès, anche il titolo di Campione d’Italia. La sua signora è pure lei croata, nata e vissuta a Berlino. Nel 1995, all’età di diciassette anni, è una modella molto famosa che fa incetta di premi; Miss Croazia, Miss Mondo e addirittura Miss Universo. Una volta sposata, Anica diventa una moglie e una madre modello, dedicando tutto il suo tempo al marito e alla splendida figlia Letizia. «Robert è stato il primo e unico amore. Non avrei mai voluto sposare un calciatore, ma Robert è una persona speciale; non mi pesa affatto aver abbandonato la mia vita da modella».

martedì 11 aprile 2017

Renato CESARINI

Un giorno Edoardo Agnelli lo trova in un ristorante in orario di allenamento. Gli fa mandare una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi è che comanda. Cesarini gliene fa arrivare cinque, con tanto di biglietto. «Domani vinciamo e segno». Andrà così. Il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina senza incontrare quelle difficoltà che avevano ostacolato l’ingaggio del suo amicone Raimundo Orsi, perché era meno oriundo di lui: infatti, poteva essere considerato quasi italiano, essendo nativo di Senigallia. Soltanto dopo la sua nascita, i genitori avevano deciso di lasciare le Marche per trasferirsi in Sud America. L’estroverso Renato pareva costruito apposta, quasi fatto su misura per la disperazione del severissimo barone Mazzonis, che pure aveva caldeggiato la sua venuta in Italia, ma che era solito vigilare sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Veniva diligentemente aiutato in quest’opera di vigilanza dall’allenatore Carcano, ancora più direttamente interessato di lui, com’era anche logico.