martedì 27 giugno 2017

FELIPE MELO


Felipe Melo Vicente de Carvalho nasce in Brasile a Volta Redonda, il 26 giugno 1983. Arriva alla Juventus il 15 luglio 2009, proveniente dalla Fiorentina. Debutta in campionato il 30 agosto seguente in trasferta contro la Roma, segnando anche il goal dell’1-3 finale dopo una stupenda progressione palla al piede. Si ripete andando in rete anche il 7 novembre contro l’Atalanta (5-2) con un tiro dalla distanza sotto l’incrocio dei pali e nella gara di ritorno del 28 marzo 2010, sempre contro i bergamaschi, mette a referto il decisivo goal del 2-1 con un colpo di testa. Disputa però un campionato al di sotto delle aspettative, sicuramente non all’altezza dell’enorme cifra spesa per acquistarlo: questa situazione lo porta a un rapporto difficile con i tifosi, che spesso lo contestano. Comunque sia, ha la piena fiducia sia di Ciro Ferrara sia di Alberto Zaccheroni e, al termine della sua prima stagione in bianconero, colleziona quaranta presenze e tre goal.

lunedì 26 giugno 2017

Pietro Paolo VIRDIS


È entrato nella storia juventina, più che per le sue gesta, per quel clamoroso (per quei tempi) rifiuto di vestire la maglia bianconera. Nell’estate 1977, infatti, Boniperti lo vuole a Torino. La valutazione è di oltre due miliardi: la Juventus che non era riuscita a raggiungere Riva non vuole lasciarsi scappare quello che è considerato, da tutti, il suo erede. Ma poche ore dopo la firma del contratto, il giocatore rifiuta il trasferimento, con motivazioni in gran parte personali. Dopo un colloquio con Boniperti e un ultimatum che non gli lascia scelta, Pietro Paolo raggiunge Villar Perosa il 25 luglio, il giorno fissato per il raduno. L’avvocato Agnelli avrebbe rinunciato a lui; dice, infatti, in quelle ore: «Inutile forzare una decisione, si rischia di compromettere sul nascere ogni rapporto». «Fu una storia davvero strana – ricorda Virdis – io non avevo alcuna intenzione di lasciare la mia terra e per questo puntavo i piedi, ma le pressioni, affinché cambiassi idea, si rivelarono insostenibili. Non so come, ma il massimo dirigente bianconero riuscì a trovarmi e, così, sottoscrivemmo l’accordo nello scantinato di un negozio di Santa Teresa di Gallura».

domenica 25 giugno 2017

Simone ZAZA


13 febbraio 2016, Juventus Stadium: si affrontano, nel big-match della giornata (e della stagione) la Juve e il Napoli. La classifica vede i bianconeri secondi, a solo due punti dagli azzurri, dopo una fantastica rimonta. Lo Stadium è gremito, l’attesa è spasmodica, si può tagliare la tensione con un coltello. Polemiche a non finire nei giorni precedenti alla partita, con la società napoletana che si permette di “consigliare” l’arbitro adatto per dirigere il match (il vicentino Orsato). Azzurri (per l’occasione in maglia rossa) in formazione tipo, bianconeri con parecchie assenze (Cáceres, Asamoah, Mandžukić e Chiellini), alle quali si aggiungeranno, durante la partita, i forfait di Bonucci e Morata. La tensione è tanta, come abbiamo visto, e si ripercuote sul campo. Sarebbe la classica partita da 0-0: il Napoli non fa niente per vincere, la Juve cerca di non perdere.

Aldo SERENA


«È un campione, ma soltanto dalla vita in su». Gianni Agnelli aveva le idee chiare e, soprattutto, il gusto di esporle senza tante perifrasi. Naturalmente, le parole di Agnelli non volevano essere un complimento, ma neppure una critica severa. Lui, Aldo Serena, non se la prese; in fondo non aveva mai goduto di fiducia illimitata nelle squadre dove aveva militato. Nasce a Montebelluna, in provincia di Treviso, una cittadina di 24.000 abitanti nella quale molti giovani avvertivano ancora il richiamo del calcio. Atletico, potente, molto abile nel colpo di testa, si era fatto notare fin da ragazzino per la serietà che metteva negli allenamenti.

sabato 24 giugno 2017

Pietro FANNA


Arriva alla Juventus nel 1977 dopo essersi messo in evidenza, nell’Atalanta, come uno dei talenti della nuova generazione. È molto dotato: tecnica individuale, velocità, fantasia, un calcio magnifico e, considerato che ha solamente diciannove anni, si pensa che certe alcune agonistiche e di combattività verranno presto colmate: «Essere alla Juventus è una cosa magnifica, esaltante, il sogno di ogni calciatore e il fatto mi ha lusingato parecchio, anche se forse, da buon friulano, non l’ho dato da vedere». Il titolare è il Barone Causio, ancora inamovibile e Fanna può vedere, imparare dal campione, fino al momento giusto per sostituirlo. La realtà, invece, sarà ben diversa. Pierino, timido di carattere, è impiegato in prima squadra sul finire del girone di andata del campionato 1977-78. Trapattoni lo mette dentro due volte consecutivamente, a Pescara, dove la Juventus vince 2-1 con un suo splendido goal e poi in casa con la Roma: altra vittoria 2-0, con rete del giovanotto. Due goal che valgono quattro punti, come inizio non è niente male.

venerdì 23 giugno 2017

Patrick VIEIRA


Classe 1976, nato a Dakar, a ventinove anni è uno dei più grandi centrocampisti al mondo e veste il bianconero dopo avere esaltato per nove anni i tifosi dell’Arsenal ed essere diventato, a furor di popolo, il capitano dei gloriosi Gunners, trascinandoli alla conquista di tre scudetti, quattro F.A. Cup e quattro Charity Shield. Una carriera che già aveva sfiorato il nostro calcio: a diciassette anni era stato per pochi mesi al Milan, sotto la guida di Capello, proveniente dal Cannes, la squadra che lo aveva lanciato. Il Vieira che conquista con la Nazionale francese il Campionato Mondiale 1998 e il Campionato Europeo del 2000, vinto a spese dell’Italia, è qualcosa di più e meglio di qualunque pur lusinghiero pronostico.

Zinedine ZIDANE


Il quartiere de La Castellane è uno di quei posti da cui anche la polizia preferisce stare alla larga. La dolcezza del clima, i colori e i profumi del Mediterraneo riescono un poco a rendere meno opprimente quei palazzoni a nord della città dove, comunque, la vita può essere maledettamente difficile anche sotto il cielo terso del sud della Francia. Meglio, allora, se a fare da scudo ci sono anche il calore e l’unione di una famiglia come quella di Smail e Malika Zidane. Ha dovuto lasciare l’Algeria, Smail, perché dopo l’indipendenza nessuno avrebbe perdonato un Harki (così sono chiamati gli algerini che avevano combattuto a fianco dei francesi). Si è stabilito a Marsiglia: lavora come magazziniere ed ha già altri quattro figli (tre maschi: Djamel, Farid e Nordine e una femmina: Lila) quando, il 23 giugno del 1972, nasce Yazide Zinedine Zidane. Una tribù affiatata, quella di casa Zidane, dove la semplicità e il rispetto sono basilari regole di vita: «Devo tutto ai miei genitori – ammette senza alcun pudore Zidane che ha regalato a papà e mamma una splendida villa – perché mi hanno impartito un’educazione severa ma giusta e, soprattutto, mi hanno insegnato il rispetto, l’umiltà, la capacità di condividere tutto».

giovedì 22 giugno 2017

Virginio DEPAOLI


Il tifoso che ricorda le tappe del tredicesimo scudetto – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – rammenta anche come di Gigi Depaoli tutto si potesse dire meno che fosse un calciatore comune. Infatti, il suo sbaglio è stato quello di nascere troppo tardi, in un periodo in cui il raffinato tecnicismo e ancor più il tatticismo di maghi e maghetti hanno reso terribilmente complicate le semplici cose del pallone. Il calcio vercellese degli anni Dieci, ecco quel che gli sarebbe andato a pennello. Un gioco non ancora fatto di formule o metodi, ma neppure più ginnasiale e irrazionale come quello della Juventus neonata in Piazza d’Armi: calcio robusto, essenziale, di squadra nel senso che tutti lavorano per il goal, anche se poi è uno, l’attaccante amante del rischio più degli altri, che deve segnare. Berardo o Rampini, ala e centravanti delle leggendarie bianche casacche, erano cosi. O, almeno, cosi ce li descrivono i giornali ingialliti dell’epoca.

mercoledì 21 giugno 2017

Michel PLATINI


L’avventura juventina di Michel Platini comincia il 30 aprile del 1982; è l’ultimo giorno utile per tesserare il secondo straniero e la Juventus ha già scelto Zbigniew Boniek. Boniperti, nonostante la Juventus sia a tre giornate dalla fine del campionato, decide di scaricare Liam Brady, l’irlandese prelevato dall’Arsenal due anni prima, e di puntare sull’asso francese. L’avvocato Agnelli ha scoperto Michel due mesi primi, ed è convinto che Platini è l’uomo giusto per avviare un ciclo europeo della Juventus, gran vuoto della storia bianconera. Agnelli parla della sua idea con Boniperti e con Trapattoni, e, nonostante qualche perplessità, sono tutti d’accordo. Michel non vede l’ora di arrivare a Torino, nonostante le sirene del Real Madrid, dell’Arsenal e del Bayern Monaco. I suoi nonni lasciarono l’Italia nel 1919, erano di Agrate Conturbia, un piccolo centro del Novarese, a pochi chilometri da Barengo, la patria di Boniperti.

martedì 20 giugno 2017

Giovanni VIOLA


Nasce nel 1926 a San Benigno Canavese, a venti chilometri da Torino; cresciuto nel vivaio bianconero, è mandato in Serie B a Carrara, in seguito a Como, infine in Serie A nella Lucchese, per fare esperienza e maturare. A ventitré anni, ritorna alla Juventus, quella che, nel 1950, avrebbe vinto il primo scudetto dopo il favoloso e oramai remoto quinquennio d’oro. Il giovane Viola è un portiere atipico per quei tempi, che volevano gli estremi difensori come personaggi stravaganti e un poco matti. È serio e gentile, con la faccia chiara, i capelli impomatati e pettinati lisci all’indietro come certi divi del cinema anni Trenta, che non si scomponevano neppure nelle fasi più concitate del gioco. Il suo stile è sobrio, essenziale, l’uomo è mite, capace di esibirsi in parate meravigliose. «Quando ero agli inizi, ebbi la fortuna di fruire dei consigli di Combi. A volte, dopo una partita, mi prendeva da parte e mi diceva: “Senti, hai incantato il pubblico, non me. La prossima volta, quella palla la prendi stando in piedi!” Il giorno del mio debutto in Serie A, nel 1946, arrivai allo stadio e bussai alla porta del nostro spogliatoio. Entrai solamente dopo che Rava e Varglien mi dissero: “Avanti”».

lunedì 19 giugno 2017

Pasquale BRUNO


Nasce a Lecce il 19 giugno del 1962: «La mia avventura nel mondo dello sport è iniziata con la maglia giallorossa; infatti, nelle giovanili del Lecce sono cresciuto ed ho appreso i segreti del calcio; quindi a diciassette anni ho esordito in Serie B con la squadra pugliese e per quattro stagioni ho difeso i colori della mia città. In seguito sono stato acquistato dal Como, con cui ho giocato tre campionati cadetti e uno nella massima divisione; dopo di che il destino mi ha spalancato le porte del grande calcio e, in sordina, sono arrivato a Torino».

Július KOROSTELEV

Nasce a Pure St.Martin, in Cecoslovacchia, il 19 giugno 1923. Arriva alla Juventus nell’estate del 1946, in compagnia del connazionale Vycpálek, proveniente dall’A.K. Bratislava. Ala di buon talento e in possesso di un tiro tanto forte quanto potente, Korostelev riesce sempre a capire come deve comportarsi, a seconda dello spazio di manovra nell’azione da svolgere. Quando non trova avversari davanti a sé, la sua direzione di corsa è diritta e veloce, quando è circondato da avversari, si esibisce in arresti, guizzi e serpentine. Al momento del tiro, poi, mostra un’efficacia piuttosto rara per quel ruolo. Alto, magro, veloce, furbo e tenace, sa non solo concludere, ma anche sfruttare i lanci dei compagni, con tiri al volo o micidiali colpi di testa.

domenica 18 giugno 2017

Fabio CAPELLO

Oscar Massei, un interno argentino di buona classe arrivato alla Spal, dopo l’esordio italiano con la maglia dell’Inter, era l’idolo di Fabio Capello. Il grande Giuseppe Meazza, osservatore della società neroazzurra lo aveva bocciato: «Bravo ma lento, ottima tecnica ma poca verve». E così Massei era approdato a Ferrara, dove aveva trovato l’ambiente adatto. Nella Spal dei giovani si stava mettendo in evidenza un goriziano forte e intelligente, che giocava a centrocampo. «Per me Massei era un fuoriclasse, uno che giocava come intendo io; mi ha insegnato tutto del calcio. Era in allenamento che guardavo, scrutavo, imparavo. Ricordo che anche mio padre ne aveva grande considerazione. Mi diceva: “Quello sì che è un giocatore”, facendomi intendere che avrebbe voluto diventassi come lui. Ed io, dentro di me, ero sicuro che sarebbe accaduto. Forse era orgoglio un po’ eccessivo, ma io ho sempre avuto orgoglio», racconta.

sabato 17 giugno 2017

Lodovico DEFILIPPIS

Nato ad Ancona nel 1915. Ala e mezzala di buon livello, affermatosi nell’Alma Juve di Fano, passa al Bologna dove nel 1937 contribuisce alla conquista dello scudetto. Di lì alla Juve il passo è breve: l’attaccante anconetano è uno dei punti di forza di una Juve forzatamente di transizione, che cerca di farsi largo in Italia e in Europa. Lodovico Defilippis si ferma due stagioni e mette la sua firma sulla conquista della prima Coppa Italia della Signora, nella stagione 1937-38. Alla fine del biennio, con sessantacinque presenze e tredici reti, il suo ruolino di marcia è tutt’altro che di secondo piano. Buono in particolare il suo cammino in Coppa Europa: gioca sei partite e segna tre reti. Prosegue la carriera nel Venezia per poi chiuderla nella Triestina e nel Brescia.

Marco BORRIELLO


Diventa bianconero il 3 gennaio 2012, non ancora trentenne. Approda a Torino fra lo scetticismo generale, poiché dal punto di vista tecnico-tattico non aggiunge molto al già nutrito parco attaccanti. L’accoglienza dei tifosi non è delle migliori, dopo il rifiuto del giocatore di indossare la maglia juventina nell’estate precedente. Antonio Conte, mister bianconero, garantisce per lui e le contestazioni dei tifosi si limitano a qualche striscione. Il 15 gennaio 2012, Borriello indossa per la prima volta la maglia bianconera, giocando una decina di minuti, nell’incontro casalingo contro il Cagliari. Marco è palesemente fuori condizione: i movimenti sono goffi e impacciati e il rendimento è sicuramente inferiore alle attese. È schierato titolare in Coppa Italia, contro Roma e Milan, non lasciando un segno tangibile della sua presenza.

venerdì 16 giugno 2017

Giuseppe Oscar DAMIANI


È stato un ottimo giocatore e, forse, avrebbe avuto maggiore fortuna, se soltanto avesse adoperato quella diplomazia che oggi, dopo una lunga carriera come manager di calcio, gli è caratteristica e che anni fa sembrava invece fargli difetto. È stato probabilmente l’ultima ala destra dei tempi moderni, con il suo frenetico svariare sulla fascia destra del terreno di gioco. Damiani è stato, nel calcio italiano, l’ultimo interprete di un tipo di gioco offensivo che oggi tecnica e tattica non permettono e non concepiscono più. Ala destra pronta a scattare e poi a crossare oppure a saltare al limite dell’area il difensore per poi andare al tiro, era soprannominato Flipper proprio per il suo modo di giocare che ricordava per rapidità, scatto, vivacità e imprevedibilità, la pallina di uno di quei giochi che oggi sono finiti nei depositi di rottami per far posto ai più moderni video game. «Fu Invernizzi a chiamarmi così, quando giocavo nei ragazzi dell’Inter. Ero un peperino tutto scatti, mi fermavo e ripartivo come una molla e così arrivo, puntuale, il soprannome».