martedì 27 dicembre 2016

Roberto BETTEGA

Nato a Torino il 27 dicembre 1950, Bettega esordisce in A il 27 settembre 1970 in Catania-Juventus 0-1. Entra nel settore giovanile della Juventus nel 1961, a dieci anni, nel ruolo di mediano, sotto la guida di Pedrale. Rabitti lo imposta da ala sinistra e la società lo manda nel 1969 a Varese, per farsi le ossa. È la squadra baby allenata da Liedholm, un Varese rivelazione in cui Bobby-gol segna subito tanto, tredici reti, primo posto nella classifica cannonieri; viene naturale paragonarlo a John Charles, dal quale ha ereditato il colpo di testa. Con il Varese, vince l’ambito premio Chevron, per il miglior tiratore della serie cadetta e il premio Ponti, quale miglior giocatore della Serie B. Liedholm lo descrive così: «Possiede le qualità essenziali per una punta: piede e testa, cioè buon trattamento di palla ed elevazione. È un altruista e un opportunista secondo le circostanze e ciò, naturalmente, corrisponde al meglio per un uomo d’area di rigore».
Nel 1970 è esordio in A, a Catania: «Ero completamente concentrato sulla partita e ogni altro pensiero, compresa l’emozione, scomparve. Appena toccato il primo pallone, sparì anche la paura di sbagliare; andò bene il primo stop e il successivo passaggio, per cui, fortunatamente, tutto proseguì nei migliori dei modi, tanto che, verso la fine della partita, riuscii a segnare il goal della vittoria, con un bel colpo di testa. In porta c’era l’amico Tancredi, terzini Spinosi e Furino, stopper Morini, libero Salvadore e Cuccureddu mediano di appoggio. In attacco Haller ala tornante, Marchetti e Capello mezze ali, Anastasi al centro dell’attacco ed io, con la maglia numero undici, schierato all’ala sinistra. Dopo quell’incontro, ne giocai altri ventisette, segnando tredici goal, che mi sembra non siano da buttare via per un esordiente».
Il campionato successivo è quello del grandissimo goal di tacco a San Siro contro il Milan, battuto per 4-1; quel goal rimane tuttora negli occhi di tutti i tifosi juventini come uno dei più belli e più importanti segnati da Roberto: «Giocare nella Juventus è una grandissima soddisfazione, la più grande della mia vita. Penso che indossare la maglia bianconera sia il sogno di ogni giocatore, il sogno di tutta una carriera; questa mia soddisfazione acquista ancora maggior valore, poiché i miei primi passi li ho mossi, da ragazzino imberbe, proprio nella Juventus».
Il 16 gennaio 1972 c’è Juventus-Fiorentina: Bettega fa in tempo a siglare il decimo goal in quattordici gare e il giorno dopo è ricoverato in ospedale per un’infiammazione polmonare. Molti, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo, temono per il suo futuro. Guarisce grazie al lungo soggiorno in montagna, a Pragelato, e alle cure di Emanuela, sua moglie. A giugno Boniperti annuncia: «Sarà lui il migliore acquisto della stagione».
E Bettega vince, nel 1972-73, con la Juventus il secondo scudetto consecutivo; buona parte del merito per il titolo e per quello dell’anno precedente è suo. Nel 1975 debutta in Nazionale, a Helsinki, Commissario Tecnico è Bernardini, è la famosa squadra dai piedi buoni. Con quindici reti in ventinove gare, Bettega è l’unico a poter dire di essersi salvato dal naufragio nella stagione 1975-76, quella dell’incredibile rimonta operata dal Torino indietro di cinque punti.
Chi l’ha visto giocare non può che ricordarlo come uno dei più grandi in maglia bianconera; tecnica di base da manuale del calcio, forza fisica, intelligenza calcistica e personalità. Giocatore capace di rendersi utile in ogni zona del campo in virtù di una visione di gioco davvero sbalorditiva e inconsueta per un attaccante. Il suo numero migliore è il colpo di testa: con Santillana, quanto di meglio ci sia in circolazione in quegli anni. Roberto, meno esplosivo dello spagnolo, è fortissimo in acrobazia, grazie ad un tempismo quasi sovrumano, che gli permette di impattare la palla al meglio (grazie anche a prodigiose torsioni del busto e del collo).
Il goal che fa alla Finlandia, ne costituisce un perfetto compendio, così come molti altri: quello all’Inghilterra all’Olimpico, al Milan a San Siro dopo una perfetta volata del Barone Causio sulla destra, la doppietta ai francesi dell’Olympique il giorno del rientro dopo la malattia, alla Jugoslavia con un sinistro al volo a incrociare, al Celtic in giravolta. Tanti goal, tante prodezze, sempre e comunque da juventino vero, intriso nell’anima di questi colori.
Con l’arrivo di Benetti e Boninsegna, nasce la Juventus dei cinquantuno punti, della vittoria in Coppa Uefa (primo trofeo continentale) proprio con rete decisiva di Roberto nell’inferno di Bilbao. In Nazionale, intanto, Bettega vive il suo unico Mondiale, quello di Argentina; l’Italia arriva solo quarta, ma per lunghi tratti del torneo è la squadra più spettacolare e Roberto ne è un protagonista assoluto.
Due anni bui per la squadra bianconera, quelli successivi al Mundial, scudetto al Milan e all’Inter, ma la soddisfazione, nel 1980, di vincere la classifica cannonieri con sedici goal in ventotto gare. Vince un altro scudetto nel 1980-81, comincia molto bene il torneo successivo (cinque reti in sette partite) quando in Coppa dei Campioni, contro l’Anderlecht subisce un grave infortunio in uno scontro con il portiere Munaron: rottura dei legamenti del ginocchio, a trent’anni si riparla di carriera finita. Il viaggio in Spagna, per il Mondiale, è perduto.
«L’infezione polmonare, se ci penso adesso, mi dico che ero un incosciente ma, probabilmente, era la forza reattiva dei vent’anni. Ho giudicato la malattia un incidente di percorso, niente di più. È stato molto più difficile sopportare le conseguenze dell’infortunio al ginocchio e non solo per il dolore che mi ha torturato a lungo. La malattia si affaccia, invece, con strani sintomi, un po’ di tosse la settimana prima del match con la Fiorentina. Sì, ho un leggero mancamento prima della partita con l’Inter, a San Siro, quindici giorni prima, un malessere attribuito alla tensione nervosa, all’aver fatto un massaggio vicino a un calorifero: eravamo in pieno inverno. Comunque, la tosse suggerì ai medici di fare una radiografia; quando il male mi sbatte in un letto, ho già segnato dieci reti. Perdo nove mesi e praticamente l’anno successivo, poiché il fisico si è appesantito e non è facile eliminare sette chili per rientrare nei limiti abituali. Tant’è che l’estate seguente, invece che in vacanza, resto a Torino a sudare. Ritrovo il mio peso normale dopo diciotto mesi. L’incidente con Munaron, invece, è stato tutto più dolente e faticoso; è un infortunio che lascia il segno e modifica la mia struttura fisica».
Rientra nella stagione 1982-83, giocando insieme a Platini, Boniek e Paolo Rossi; arretrando la sua posizione in campo, dimostra tutte le sue qualità tecniche e la sua intelligenza calcistica. Questo campionato, purtroppo, non è felice, la sconfitta di Atene in finale di Coppa dei Campioni è una delusione enorme, per quella che forse resterà la più bella Juventus degli ultimi vent’anni: «Non c’è giornalista in Europa che, quella notte, avrebbe scommesso una Dracma sulla vittoria dell’Amburgo. Eppure, non so che cosa ci succede; non è stanchezza, né forma scadente, è solo questione di testa. Il Mondiale del 1982 non è cosa per me; a causa dell’infortunio non vengo convocato. Brontolo, però mi metto l’anima in pace. Ma ad Atene la Juventus la fa grossa. Se avessi la facoltà di rivivere un avvenimento nella mia carriera, tornerei a quel maggio maledetto e rigiocherei la finale con i tedeschi. Loro non demeritano, solo che noi siamo irriconoscibili. Lascio, perciò, il calcio senza realizzare un sogno meraviglioso».
Abbandona la Juventus l’anno successivo per andare in Canada, nelle file del Toronto Blizzard, per dare lustro a un calcio in ascesa ma ben presto stretto dai debiti. Il 3 novembre 1984 quando si parla di un suo trasferimento part-time all’Udinese prima di chiudere la parentesi oltreoceano, lo schianto in auto presso Santhià, sull’autostrada. Forse l’amico dei tempi del Varese, Ariedo Braida, l’aveva convinto a giocare a Udine, per poi intraprendere la carriera di manager, ma tutto sfuma a causa di questo incidente.
Bettega salda il suo debito con il calcio canadese e torna in Italia, dove entra nello staff di una trasmissione sportiva di Canale 5, fino a diventare uomo importantissimo della nuova Juventus in collaborazione con Moggi e Giraudo, con i quali conquista altri prestigiosi trofei e continua a scrivere le pagine gloriose dell’amata Juventus.
Nell’estate del 2007, abbandona l’incarico di dirigente; dopo una vita in bianconero, il saluto non può essere che molto triste. Nel dicembre del 2009, ritorna in società, con la carica di vice direttore generale, per lasciarla dopo pochi mesi causa l’arrivo di Andrea Agnelli ai vertici della società juventina.


ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO-AGOSTO 1981
Dopo Altafini e Anastasi, dopo Borel e Boniperti, eccoci alla “B” come Bettega, il primo del nostro alfabetiere che resta legato alla Juve dei giorni nostri, come giocatore, si intende, perché anche Boniperti è più che mai di attualità nel club più scudettato d’Italia. E noi crediamo che, se nei destini bianconeri sta scritto che Bettega dovrà recitare parti da protagonista anche come dirigente, Bettega non potesse iniziare in modo migliore per imitare il suo presidente.
Boniperti conquistò cinque scudetti come giocatore e sei come presidente; Bettega i suoi sei scudetti, come giocatore, li ha già messi in archivio. E lui dice che questa meravigliosa storia non è ancora finita. In attesa, forse, di iniziarne un’altra.
Quando si guarda Roberto Bettega, si ha negli occhi l’immagine e lo stile della Juventus. Credo sia sufficiente questa constatazione per illustrare i meriti di questo ragazzo, al di là delle sue strepitose qualità tecniche. Non saprei trovare una ragione plausibile. Probabilmente Bettega deve il proprio stile al fatto di essere un autentico piemontese, anzi un torinese; nato e cresciuto nella Juventus dove Mario Pedrale gli insegnò tutto sul calcio, affinando il repertorio di doti naturali che l’esperto allenatore aveva prontamente individuato nel ragazzino smilzo eppure potente.
Roberto fece il tirocinio nel NAGC e fu stabilmente impiegato in tutti i campionati ai quali presero parte le varie squadre di ragazzi e allievi bianconeri. Il tirocinio di preparazione al grande salto della Serie A fu fatto nelle file del Varese.
Esordì in prima squadra a fine settembre 1970, aggregandosi a una compagnia già illustre, per la presenza di uomini come Furino, Anastasi, Salvadore, Haller, Morini, Cuccureddu. Lui, Bettega, giocava all’ala sinistra, sfruttando le esperienze di uomo squadra acquisite nel lungo periodo in cui fu utilizzato come mediano di spinta; ma sfruttando soprattutto le eccezionali doti di elevazione che, data la statura notevole, gli permettevano di superare di testa i difensori protesi a ostacolarlo.
Ricordo che lo guardavo e seguivo con ammirazione. Di calcio, oramai, nella vita ne avevo visto tanto, un po’ dappertutto nel mondo; ma certe finezze, certe intuizioni di quel ragazzo, denotavano il segno di una classe completa e raffinata. Se nel suo modo di addomesticare i palloni più ostici si imponeva un ricordo, era subito quello di un suo illustrissimo predecessore, John Charles, il fuoriclasse gallese studiato e ammirato dal ragazzino Bettega come il libro di testo della sua materia preferita.
Non aveva ancora vent’anni quando ebbe il posto in prima squadra: ed anche questo rilievo statistico serve a collocarlo nella galleria dei più importanti campioni juventini, proprio come Borel e Boniperti. Nessun tecnico gli avrebbe negato fiducia e non solo per il naturale, purissimo istinto calcistico. La sua natura di uomo appariva già precisa malgrado la giovane età, sotto un’impronta di serietà e di saldezza morale quanto meno insolite in un ragazzo senza troppi grilli a fargli confusione in testa, teso solo a perseguire quella che si prospettava una promettente carriera, ora che era approdato alla prima squadra della Juventus, toccando il tetto dei suoi sogni infantili.
Si catapultò in campo con l’intera somma di energie e di risorse tecnico-agonistiche. Nella giovane squadra di Armando Picchi, puntellata dall’esperienza indispensabile di Salvadore e Haller, vecchie volpi degli stadi, e sorretta dalla vigorosa tenacia di Morini e dall’inestinguibile grinta di Purino, Bettega si avviava con piglio sicuro a diventare l’arciere. La sua carriera è stata incredibilmente positiva. Non riuscivo a capire, all’inizio, perché Bettega fosse tanto bravo e positivo. Poi individuai la risposta esatta. Bettega era il più bravo perché non giocava mai per se stesso.
Partiva da lontano, in dribbling, faceva fuori tre avversari e si presentava alla conclusione; poi serviva il compagno meglio piazzato di lui. Era un altruista e un generoso. Un tattico di classe superiore, perché cercava il goal attraverso la manovra in tutte le zone del campo, percorrendo traiettorie verticali e orizzontali, iniziando l’azione e trovandosi poi puntuale all’appuntamento decisivo in area di rigore.
È chiaro che c’è stata una lenta evoluzione nel suo gioco. Da cannoniere puro (ma forse non lo è mai stato, almeno nel senso vero del termine) a uomo squadra, da punta di diamante a regista. Dovessi esprimere un giudizio del tutto personale, direi che il Bettega ultima maniera è quello che più mi è piaciuto, è quello che desidero conservarmi negli occhi per l’archivio personale.
Ora che Bettega si sta avvicinando alla conclusione di una carriera impareggiabile, ora si può dire che ha vinto veramente tutto. Ha vinto anche il destino che gli aveva teso un agguato perfido e crudele. È una storia che molti hanno dimenticato, ma sicuramente non lui.
Roberto non avrebbe mai immaginato di potersi ammalare di un morbo così insolito in un atleta, in un calciatore. Eppure gli esami clinici effettuati quel lunedì umido e triste, l’indomani di una partita con la Fiorentina che Bettega aveva risolto con uno dei suoi goal, una gara gagliarda, combattuta sul fango, gli esami clinici, dicevamo, aveva dato un responso dolorosissimo, allucinante. La notizia della malattia di Bettega fece rapidamente il giro d’Italia, suscitando un’ondata di affettuosa commozione. Tifosi e non tifosi rimasero soprattutto sconvolti dal fatto che la sfortuna avesse preso di mira un uomo singolarmente buono, un giovanissimo, la cui vita esemplare poteva venire addotta come modello a milioni di giocatori coetanei.
Come sempre accade in casi del genere, ragguagliando gli sportivi sulle condizioni di salute del giocatore, la televisione mandò in onda servizi nei quali si rividero quei suoi incredibili goal, le proiezioni in avanti che gli consentivano di incontrare e incornare il pallone in appuntamenti negati alla maggior parte degli attaccanti italiani. La gente prese parte al dramma di Bettega, quel ragazzo che agli addetti ai lavori era apparso come la nuova speranza del calcio italiano e che aveva portato in campo, oltre alle indubbie doti tecniche, un requisito insolito al ruvido football, la grazia elegantissima dei movimenti accoppiata a quella altrettanto inconsueta del comportamento.
La Juve mise al servizio di Bettega malato il meglio della scienza medica della patologia polmonare. Il ragazzo fu curato in modo razionale e moderato, nulla fu tralasciato perché la guarigione fosse completa e perfetta. Roberto guarì e la Juve ritrovò il vero Bettega. La malattia non era riuscita ad atterrarlo nel fisico né danneggiarlo nel morale.
Il Bettega che tornava alla Juve, al calcio, agli amici, alle folle di tutta Italia era un ragazzo di appena ventitré anni, ma già ricco di esperienze decisive. Nulla era mutato: ma quella botta crudele gli aveva forse tolto la spensieratezza. Glielo si poteva leggere sul viso, che oramai era quello di un uomo. Forse era l’incertezza di poter nuovamente essere campione, come lo era stato sin dalle prime battaglie calcistiche in maglia bianconera. Ci volle poco tempo per ridare a se stesso, prima ancora che ai compagni di squadra e agli sportivi, la certezza che nulla del prezioso patrimonio tecnico era andato perduto. Anzi! L’esperienza ha maturato il campione e l’ha posto sui piedestalli più alti.
Il Bettega visto e ammirato nei grandi confronti con i più forti club europei, il Bettega visto e ammirato in Argentina nelle gare di Campionato del Mondo, è un campione in senso assoluto, completo. Solo in questa ultima sua stagione una serie di fastidiosi contrattempi legati a vicende che poco o nulla hanno a che fare con il calcio giocato, gli ha fatto perdere l’abituale rendimento. Bettega è rimasto scosso e turbato per la nota vicenda con l’arbitro Agnolin, le lunghe squalifiche gli hanno procurato traumi morali che hanno condizionato anche l’apporto tecnico-agonistico alla squadra. Solo a tratti, e non in tutte le partite, abbiamo potuto riavere davanti agli occhi l’immagine impareggiabile del Bettega vero e autentico.
Gli sportivi, i tifosi sono esigenti. Da un giocatore come Bettega si pretende quasi sempre soltanto il goal. Ma chi sa vedere oltre quel mistero agonistico che è appunto il goal, si rende conto di quanto Bettega passa ancora essere utile alla squadra. Ne è soprattutto convinto Giovanni Trapattoni che non rinuncerebbe mai all’apporto del suo giocatore.
Il tecnico bianconero sa molto bene che la bravura del Bettega di oggi si esplica massimamente nella capacità di orchestrare il gioco di squadra, segnatamente in quella zona di centrocampo dove le azioni, modulando dalla fase difensiva nella fase offensiva, pigliano carattere direzione e impulso. Con Bettega in campo il gioco acquista razionalità e organicità. C’è manovra in direzione del goal. Bisogna guardare dentro al gioco e capire i meriti del giocatore, di un uomo che taglia e cuce la stoffa della partita con la maestria di un sarto che, per ogni colpo di forbice e ogni gugliata, vede l’abito già confezionato e, pertanto, non ne sbaglia la lavorazione. Un discorso che ha una sua morale: Bettega sa sempre che cosa bisogna fare in campo e ogni sua azione è diretta in senso offensivo.
Il suo stile è sobrio, essenziale; posso dire che Bettega arriva allo stile attraverso il ragionamento tattico, quasi mai attraverso i numeri del virtuosismo individuale, anche se il senso acrobatico e la sicurezza del palleggio gli consentono ogni tipo di numeri. Per me Bettega è ancora un campione che da calore più di quanto dia luce; lo si sente più di quanto lo si veda. In lui l’organizzatore dell’azione di complesso soverchia il creatore dell’azione travolgente e spettacolare. Forse Bettega lavora per la Juve (la frase mia è un po’ paradossale) più di quanto la Juve lavori per lui, nel senso di offrirgli le misure e i modi per erigersi a protagonista della partita.
Bettega ha superato i trent’anni: non ha più davanti a sé una lunghissima striscia di tappeto erboso da percorrere con passo di carica. Ma sono convinto che quest’anno, con il traguardo del Campionati del Mondo in Spagna, Bettega saprà dare ancora moltissimo a se stesso e alla Juventus. Sarà indispensabile ritrovare il meglio nelle condizioni fisiche, ma a questo penserà Trapattoni. E poi c’è lo stimolo di chiudere la carriera in maglia azzurra dopo aver cucito su quella bianconera il ventesimo scudetto. È un impegno di orgoglio e l’orgoglio figura tra le molto qualità di questo ragazzo dai capelli bianchi.
Bettega, l’ultimo gradino della vera Juventus, Bettega torinese, dai grandi occhi pensosi e malinconici, dal largo sorriso e dall’infinita passione per calcio che gli ha dato notorietà e ricchezza. Bettega, dall’educazione oxfordiana e dallo stile bianconero, forse l’ultimo vero campione della Juve decennale di Giampiero Boniperti.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Leggendario Roberto Bettega, Bobby-gol... il più grande sei tu!
Torna presto, il calcio e la Juventus hanno ancora bisogno di te. Bettega Presidente Juve!!!

angelo 33 ha detto...

Una colonna della Juventus.

Un grande giocatore, intelligente e con grande personalità.

Ne aveva così tanta da risultare, a volte, supponente. Ma se anche lo fosse stato ne aveva ben donde.
Perchè era un giocatore di grande classe.

Fu forte nelle avversità.

Che colpo fu ascoltare il giornalista Gino Rancati (l'esperto di automobili) mentre, mi sembra fosse il 1972, durante il programma novantesimo minuto riferì che Bettega,il quale in quel periodo stava sbocciando, segnava gol a raffica ed era incontenibile (qualche settimana prima con il Milan aveva giocato in modo fantastico segnando anche un gol di tacco),non potesse proseguire a giocare in quanto si sospettava che il medesimo fosse affetto da una forma di pleurite.

Era un attaccante completo,solido e continuo,forte con i piedi ed eccelso di testa. John Charles redivivo.

In Inghilterra, dove, specie allora, si gioca molto di più sulle ali con cross a spiovere in area, sarebbero impazziti per lui.

Ma allora giocare in Inghilterra non era così allettante come oggi.

Ha vinto molto a livello nazionale, ma avrebbe ampiamente meritato una consacrazione internazionale sia nella Juventus che in nazionale.

Se avesse vinto almeno una coppa dei campioni avrebbe certo vinto e meritato il pallone d'oro.

Ma il vento gli spirò contro.

Se il suo ruolo non fosse stato coperto da quel mostro di Gigi Riva e se solo fosse nato qualche anno dopo avrebbe esordito in nazionale già a vent'anni ed anche prima e vi avrebbe giocato continuamente per molti anni.

Poi la squadra nazionale che giocò in Argentina nei campionati del mondo del 1978, di cui lui era la punta di diamante, era, a mio sommesso avviso, più forte e solida di quella che vinse in Spagna quattro anni dopo.

Essa,seppure inferiore tecnicamente a quella del Messico, fu capace di giocare un calcio più brillante e fantasioso di quest'ultima.

Ma,purtroppo, la nazionale di Bettega,come già quella del Messico, non giocò in Europa e,per giunta, non ebbe la fortuna che meritava.

Seppure si dica che la fortuna dovrebbe aiutare gli audaci.

Insomma il vento non spirò certo a suo favore.

Mi dispiace molto che all'estero tutti conoscano Paolo Rossi ed,invece, quasi tutti ignorino chi sia stato lui.

In verità, a mio sommesso quanto ragionevole avviso, era più dotato, continuo, completo e potente di Paolo Rossi.

Se fossi stato allenatore ed avessi dovuto scegliere tra lui e Rossi avrei certo scelto lui. Mi avrebbe dato più affidamento.

Ma la vita non dà a tutti le medesime opportunità


Angelo Balzano.

luciano de belvis - roma ha detto...

io sono diventato juventino (anche) grazie a roberto bettega.

mi piaceva come si "fiondava" di testa.

luciano de belvis
roma

Enzo Saldutti ha detto...

Roberto Bettega fu un giocatore completo e molto abile nel gioco aereo in sospensione: un ambidestro di straordinaria padronanza tecnica anche nel gioco a terra avendo alternato in giovane età il ruolo di centrocampista a quello di attaccante (come centravanti e seconda punta) arretrando sovente il raggio di azione quale regista avanzato e rifinitore. Il Trap ne elogiava una grande visione di gioco e quella intelligenza tattica che gli permetteva di impiegarlo in ogni zona del campo allorché la Juventus ripartiva nelle travolgenti e spettacolari azioni di contropiede le quali rimangono le virtù prerogative del calcio italiano.

rob72 ha detto...

sono anche io diventato juventino con i goals di roberto bettega..come cavolo possa non lavorare x la juve è un mistero che dovreste chiedere ad andrea agnelli.ho la pelle d oca quando penso alla juve anni 70 che io classe 72 ho iniziato a seguire coi mondiali argentini,9/11 nazionale erano bianconeri

Anonimo ha detto...

Great player!Unfortunately injured during the World Cup 1982 in Spain.He deserved to win the World Cup too.