domenica 12 febbraio 2017

CAGLIARI - JUVENTUS

9 gennaio 1972 – Stadio Sant’Elia di Cagliari
CAGLIARI-JUVENTUS 2-1
Cagliari: Albertosi; Martiradonna e Poletti; Cera, Niccolai e Tomasini; Domenghini, Nenè, Gori, Brugnera e Riva. In panchina: Reginato e Roffi. Allenatore: Scopigno
Juventus: Carmignani; Spinosi e Marchetti; Furino, Morini e Salvadore; Haller, Causio, Anastasi, Capello e Bettega. In panchina: Piloni e Roveta. Allenatore: Vycpálek
Arbitro: Angonese di Mestre.
Marcatori: Domenghini al 25’, Bettega all’83’, Gori al 91’.

È la partita della beffa, nella quale diventa protagonista negativo Carmignani. Il Cagliari imposta un primo tempo sull’assalto e mette in difficoltà la Juventus per la quale l’obiettivo è di non perdere, come a San Siro. Riva, contro Spinosi, appare scatenato ma, all’ultimo momento, i tiri dell’ala sinistra sono neutralizzati da un Carmignani in splendide condizioni. Nulla, però, può fare il portiere bianconero sul goal di Domenghini, che risolve una mischia creatasi nell’area juventina. Haller potrebbe pareggiare qualche minuto dopo, ma Albertosi compie una prodezza mantenendo inviolata la propria rete. Nella ripresa i bianconeri con fredda determinazione e progressivo coraggio arrivano al pareggio: su calcio d’angolo battuto da Causio, Albertosi, in uscita, sbaglia completamente l’intervento. Il pallone, infatti, si impenna e va a sbattere contro la traversa; il più lesto di tutti è Bettega che raccoglie e infila la porta cagliaritana. Tutti sembrano paghi dell’1-1, la partita sta per finire, quando Domenghini effettua da metà campo un lungo lancio verso il portiere bianconero. Nessuno insidia il portiere juventino, la palla è lenta. Carmignani l’afferra ma, incredibilmente, se la lascia sfuggire dalle mani; alle sue spalle Gori anticipa tutti deponendo in rete. Il commento di Anastasi: «Siamo ancora in testa e credo non cambi quasi niente per la classifica, poiché le nostre rivali non hanno vinto. Certo, sarebbe stato molto meglio prendere un punto qui a Cagliari. L’inseguitrice più pericolosa, comunque, è sempre il Milan».


“STAMPA SERA”
Un’indimenticabile successione di immagini si ricollega al dramma di Pietro Carmignani, Boniperti nella tribuna di onore chiede: «Ma non è ancora finita?» Mancano trenta secondi, diciamo. La Juventus, dopo aver agguantato l’1-1, sembra più sciolta, più pericolosa finalmente. Marchetti imposta un contropiede nella metà campo avversaria, i bianconeri vengono a trovarsi in quattro contro tre. Il presidente balza in piedi, ai limiti dell’area cagliaritana l’ultimo passaggio è per Causio che cincischia e perde la palla. Boniperti urla: «Ma cosa fai? Ma no!». Ribatte il Cagliari. Il 90’ è già scoccato. Lancio lungo di Domenghini, la palla batte a terra dieci metri davanti a Carmignani, rimbalza e il resto lo sapete È goal. Boniperti in tribuna diventa pallido, poi rosso, poi ancora pallido, ha perso la parola, non sa che cosa dire, è impossibile per tutti che un simile pallone possa essere sfuggito dalle mani di un portiere. Alla fine della partita, comincia il dramma di un uomo, Quello, appunto, di Pietro Carmignani. Odierà Cagliari per tutta la vita. Si inginocchia dentro la porta, quasi volesse nascondersi sotto la protezione della rete. Getta i guanti, piange, nessuno ha il coraggio di guardarlo, di dirgli qualcosa, soltanto Anastasi corre a rincuorarlo, lo incita ad alzarsi, a rientrare negli spogliatoi. Oramai tutti i giocatori stanno per abbandonare il campo. Carmignani fra tripudi di bandiere, di urla, di cori rossoblu è rimasto solo. Cammina in mezzo al campo come un automa, la mano sinistra contro la nuca come se volesse fermare qualcosa che gli scoppia dentro. Si presenta sulla porta degli spogliatoi e allargando le braccia sussurra a mezza voce: «Son qua, ma non so cosa dire». Ha gli occhi rossi, gli tremano le labbra, stringe i denti per l’emozione, mentre le sue enormi mani si intrecciano in un movimento convulso. È un uomo distrutto. Forse è troppo definirlo un uomo. Ha ventisei anni e come portiere è ancora un ragazzo. Ha avuto la ventura di giungere alla Juventus e dopo un inizio difficile, proprio nel momento in cui pareva avviato alla migliore forma (ricordate la gara di domenica a San Siro?), ecco il fatale 91° minuto di Cagliari: un innocuo pallone che viene da lontano, un pallone facile anche per un bimbo. Pietro allarga le mani per la presa ma sbaglia tutto, incredibilmente, inspiegabilmente. Arriva Gori che in spaccata segna. È la sconfitta della Juventus, la seconda e amara sconfitta della stagione. Carmignani si accascia e piange. I compagni gli fanno coraggio, Morini gli sussurra: «Sei sempre il più forte!». Anastasi, la partita oramai è finita, lo accompagna mano nella mano, verso il sottopassaggio. È chiaro che negli spogliatoi, ermeticamente chiusi e alla presenza di Boniperti e Vycpálek, si sia parlato dell’errore di Carmignani, ma c’è da credere che l’esame della sconfitta sia andato oltre l’assurdo goal finale. Qualcosa non ha girato a dovere nelle file juventine, qualcosa ben più importante delle scuse accampate da Vycpálek nella breve chiacchierata con i giornalisti. È troppo facile dire: «Il caldo e il fondo soffice del terreno ci hanno traditi». È un giudizio accettabile ma è un giudizio incompleto. Bisogna che il trainer ammetta che sono state sbagliate le marcature e che la correzione è venuta troppo in ritardo, che alcuni juventini ieri hanno giocato “al piccolo trotto”, che il centrocampo non ha mai fornito palloni utili alle punte, che troppa gente ha affrontato l’incontro con una superiorità inconcepibile nel calcio moderno. Vycpálek nega un regresso tecnico, ammette soltanto una “variante tattica” dovuta alla prudenza di giocare fuori casa. Anastasi parla addirittura di sfortuna: «Non è cambiato niente nel nostro gioco – dice il centravanti – non siamo più fortunati».
Ed ecco apparire il personaggio della giornata, quello a cui accennavamo all’inizio, cioè Pietro Carmignani, autore di una bellissima prova rovinata poi da un’imperdonabile disattenzione. «Ho incassato un goal così assurdo che non riesco a darmi pace. Sono un tipo sensibile e mi sento distrutto moralmente». Non è il giocatore che parla, è l’uomo. «In questo momento non posso dire cosa farò. Domani, a mente serena, parlerò con i dirigenti e a essi esporrò il mio pensiero. Temo che la sfortuna possa perseguitarmi ancora. Un errore così non ha giustificazioni. Forse chiederò di essere sostituito, di riposare, di trascorrere qualche tempo lontano da Torino. In questo momento ho la testa vuota, non sono in grado di connettere. Lasciatemi tempo per pensare. Domani prenderò una decisione». Si rifugia in fondo al pullman, con la testa fra le mani. Mai avevamo visto un calciatore così avvilito. Non riteniamo che Vycpálek accetterà la richiesta di Carmignani di essere messo a riposo. L’infortunio di Cagliari deve essere considerato come tale e subito dimenticato. Che questo debba essere l’orientamento dei responsabili juventini si deduce dalle parole che Boniperti dice uscendo dagli spogliatoi: «Nella mia lunga carriera di calciatore ho avuto modo di vedere parecchi goal assurdi, proprio come quello con il Cagliari, senza che siano nati drammi. Spero anzi che la sconfitta sia un’utile frustata ai miei giocatori. Il campionato è difficile e dobbiamo lottare ogni domenica. Non saranno ammesse altre distrazioni». Subito dopo la gara è stata tenuta una specie di “consiglio di guerra” negli stessi locali del Sant’Elia. Alla riunione avrebbero preso parte Boniperti, il conte Cavalli d’Olivola e alcuni giocatori. Sarebbe stata esaminata la situazione. Pare sia stato deciso che la squadra debba tornare al più presto alla tattica del gioco aperto, senza preoccuparsi troppo della forza e del valore degli avversari. Il gioco, tanto per intenderci, che aveva permesso alla Juventus di guadagnare la testa della classifica con un largo margine di vantaggio. Vycpálek in parte ammette l’informazione: «Da domenica con la Fiorentina – dice il trainer – torneremo alla nostra tattica solita, senza eccessive coperture difensive». È una conferma che a Milano e a Cagliari sono stati commessi errori anche “in fase di studio”.

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